Punti patente persi: come recuperarli senza tornare a scuola guida

Il recupero dei punti della patente senza la frequentazione di un corso e il conseguente pagamento delle lezioni è una delle opzioni disciplinate dal Codice della Strada. La condizione riguarda il comportamento successivo all’infrazione: chi conserva un saldo superiore a zero può infatti tornare a 20 punti dopo due anni consecutivi senza nuove violazioni che comportino decurtazioni. Il ripristino avviene la presentazione di alcuna domanda ovvero con l’accredito in automatico. Restano fuori da questo meccanismo le patenti con il punteggio azzerato per le quali scatta la revisione.

Come funziona il recupero dei punti della patente

Introdotta nel 2003, la patente a punti parte da una dotazione iniziale di 20 punti. Le violazioni previste dalla legge ne sottraggono un numero diverso in base alla condotta sanzionata mentre il trascorrere del tempo senza infrazioni consente di ricostituire il saldo.

Nella pratica, il meccanismo interessa chi ha da uno a 19 punti. Il numero di quelli mancanti non modifica la durata dell’attesa: completato il periodo richiesto, un saldo di 18 torna a 20, proprio come uno di otto. Anche chi è rimasto con un solo punto può beneficiare del ripristino, purché conservi il requisito del punteggio non esaurito. Eventuali provvedimenti di revisione o sospensione seguono invece la propria disciplina.

La differenza rispetto al corso emerge anche dalla quantità recuperabile. Un conducente sceso a sette punti può riacquistarne 13 attraverso il ripristino a quota 20, senza versare una tariffa per questo accredito. La procedura amministrativa viene gestita dagli archivi della Motorizzazione civile.

Da quando si contano i due anni senza infrazioni

Per individuare la scadenza bisogna considerare l’ultima infrazione che comporta una decurtazione. La disciplina della patente a punti fa decorrere da quella violazione il periodo di due anni consecutivi utile al recupero.

Si immagini un automobilista rimasto con 14 punti dopo una violazione commessa il 23 marzo 2024. In assenza di altri episodi che comportino decurtazioni, il biennio utile si completa il 23 marzo 2026. Se nel frattempo interviene una nuova violazione con perdita di punti, il riferimento temporale si sposta all’episodio più recente. L’attesa richiede due anni consecutivi, senza possibilità di sommare periodi separati da una nuova infrazione rilevante.

La normativa in vigore prende in considerazione le violazioni che comportano la perdita di punti. Un verbale che prevede solo il pagamento di una somma, senza decurtazione, lascia proseguire il biennio sotto questo profilo. Quando la violazione sottrae punti il suo peso sul calendario del recupero prescinde invece dalla quantità decurtata. Anche una perdita contenuta interrompe il periodo richiesto per il ripristino. Il criterio è quindi la presenza di una decurtazione prevista dalla legge.

Il pagamento della multa non restituisce i punti

Il pagamento del verbale regola la sanzione pecuniaria e concorre a definire la contestazione ai fini della comunicazione della decurtazione. Da quel versamento non deriva però una restituzione del punteggio. Allo stesso modo, il ritorno alla dotazione iniziale riguarda il saldo e lascia ferme le altre conseguenze dell’infrazione.

Neppure il normale rinnovo del documento produce questo effetto. La visita medica e la conferma della validità riguardano la permanenza dei requisiti psicofisici per guidare. Il punteggio viene invece gestito nell’anagrafe degli abilitati alla guida.

Per i conducenti che hanno almeno 20 punti, il sistema applica una premialità diversa dal ripristino. Ogni biennio trascorso senza violazioni che comportino decurtazioni dà diritto a due punti aggiuntivi, fino al tetto di 30 punti. Con una sequenza di periodi utili, il saldo può quindi passare da 20 a 22, poi a 24, proseguendo entro il limite previsto.

Sotto la quota iniziale, il meccanismo riporta invece alla base. Chi parte da 14 punti, completate le condizioni del recupero, arriva a 20 e non a 22 per effetto di quel biennio. Una decurtazione può anche lasciare il conducente sopra la soglia di partenza. Con 30 punti iniziali e una perdita di sei, il saldo scende a 24. Dopo il successivo biennio utile, il bonus lo porta a 26, senza ricostituire tutti i punti precedenti. Se la perdita fa scendere da 30 a 18, trova invece applicazione il ripristino entro il limite di 20 punti, alle condizioni previste.

Le regole per i neopatentati

Nei primi tre anni dal rilascio, i punti previsti per ogni violazione vengono raddoppiati. Una condotta sanzionata con cinque punti può quindi costarne dieci. Sul fronte della premialità, ciascun anno trascorso senza violazioni che comportino perdita di punteggio consente l’attribuzione di un punto aggiuntivo, fino a un massimo di tre punti nel primo triennio.

Con zero punti l’attesa dei due anni non basta

Una volta raggiunta quota zero viene meno la possibilità di affidarsi al recupero automatico biennale e scatta la revisione della patente, con verifica dell’idoneità tecnica alla guida. Nemmeno il corso ordinario di recupero può essere utilizzato per aggirare questa conseguenza perché la sua applicazione richiede che i punti non siano già esauriti.

Alla revisione sono collegati adempimenti e termini da rispettare. La mancata presentazione agli accertamenti prescritti può determinare la sospensione e un esito negativo della verifica può portare alla revoca della patente.

Lo zero non è l’unica situazione contemplata. La normativa prevede l’esame anche quando, dopo la notifica di una prima violazione da almeno cinque punti, il conducente commette altre due violazioni non contestuali, ciascuna con perdita di almeno cinque punti, nell’arco di 12 mesi dalla data della prima violazione.

Un saldo inferiore a 20 non determina da solo un divieto generale di guidare. Occorre però considerare anche la sospensione breve collegata al punteggio, introdotta dalla riforma del 2024. La durata è di sette giorni con un saldo da 10 a 19 punti e di 15 giorni sotto i 10 punti. Il periodo raddoppia quando il conducente provoca un incidente.

Come controllare il saldo

La verifica online del saldo dei punti della patente si effettua attraverso il Portale dell’automobilista, accedendo all’area riservata con Spid o Cie. Dal telefono si può utilizzare iPatente, l’app ufficiale disponibile negli store Apple e Google. Il servizio permette di visualizzare anche decurtazioni e incrementi. Sono disponibili anche funzioni di notifica per seguire le variazioni del punteggio e altre scadenze legate alla patente. Resta operativo il numero 06 45775962, con risposta automatica 24 ore su 24, sette giorni su sette.

Il numero visualizzato nell’area personale descrive la situazione già registrata negli archivi che può differire temporaneamente dalle conseguenze di un verbale appena ricevuto. La comunicazione della decurtazione segue infatti la definizione della contestazione, secondo le regole che considerano pagamento, conclusione dei ricorsi o scadenza dei termini previsti.

Attraversa sulle strisce senza scendere dalla bici e viene investito: chi deve pagare?

Bastano pochi metri, quelli che separano un marciapiede dall’altro, per trasformare un attraversamento in una controversia. Un ciclista imbocca le strisce senza scendere dalla bicicletta, un’auto sopraggiunge e lo investe.

Dopo i soccorsi cominciano le domande: chi aveva la precedenza? Quanto conta essere rimasti in sella? L’assicurazione deve in ogni caso pagare? La risposta prende le mosse da due elementi: chi pedala sulle strisce non è sempre un pedone e la responsabilità dell’incidente richiede l’esame del comportamento di entrambe le parti.

Sul piano economico gli esiti possono essere molto diversi. Quando a rispondere dell’incidente è il guidatore interviene la sua Rc auto, entro i limiti della copertura. Se emerge un concorso di colpa del ciclista, il risarcimento spettante a quest’ultimo si riduce.

L’accertamento della responsabilità esclusiva di chi attraversava in bicicletta può invece escludere il pagamento a suo favore e far nascere un obbligo risarcitorio verso l’altro conducente.

Che cosa ha stabilito la Corte di Cassazione

A riportare il tema al centro dell’attenzione è stata l’ordinanza 2363 del 2026 pronunciata dalla terza sezione civile della Corte di Cassazione. La vicenda nasceva da un incidente avvenuto nel 2015 a Riccione: un motociclista, nell’impegnare una rotatoria, si era scontrato con una bicicletta che attraversava sulle strisce. Secondo quanto sostenuto nel ricorso, il ciclista si era immesso repentinamente nella carreggiata rimanendo in sella. Nei precedenti gradi di giudizio, la richiesta di risarcimento del motociclista era stata respinta e gli era stata attribuita tutta la responsabilità.

L’errore individuato dalla Suprema Corte riguardava l’equiparazione del ciclista al pedone, utilizzata per escludere il suo contributo alla collisione. Da qui la cancellazione della decisione impugnata e il rinvio al Tribunale di Rimini, davanti a un diverso magistrato. La Cassazione non ha fissato percentuali di colpa né condannato il ciclista a pagare una somma: ha imposto di riesaminare la controversia applicando la corretta interpretazione delle norme.

Chi rimane in sella non ha sempre la precedenza

Nel Codice della Strada la bicicletta appartiene alla categoria dei velocipedi, inclusa dall’articolo 47 nella classificazione dei veicoli. Finché la conduce in sella, il ciclista conserva quindi il ruolo di conducente di un veicolo. La presenza delle strisce sotto le ruote non basta a modificare questa condizione in quanto una zona destinata all’attraversamento pedonale non attribuisce per il solo fatto di essere impegnata tutti i diritti riconosciuti a chi cammina.

Il riferimento normativo comprende l’articolo 182 che impone di condurre la bicicletta a mano quando le condizioni della circolazione la rendono di intralcio o di pericolo per i pedoni. In questa situazione il ciclista viene assimilato al pedone. A completare il quadro interviene la norma sull’attraversamento a mano delle carreggiate con traffico intenso e, più in generale, quando le circostanze lo richiedono.

Dalla lettura coordinata di queste disposizioni, la Cassazione ricava la regola per l’attraversamento pedonale ordinario: la bicicletta va accompagnata a mano, salvo la specifica eccezione dei percorsi promiscui. Procedere lentamente mentre si resta seduti sulla sella non coincide con il condurre il mezzo a mano richiesto dal principio enunciato dalla Corte.

L’eccezione dei percorsi promiscui

La stessa ordinanza considera il caso dell’attraversamento situato allo sbocco di un percorso promiscuo pedonale e ciclabile. Qui è ammesso attraversare in sella, fermo restando l’obbligo di scendere quando, nelle condizioni della circolazione, l’andatura costituisce intralcio o pericolo per i pedoni. L’eccezione dipende quindi dalle caratteristiche del percorso e non può essere estesa a qualsiasi passaggio con strisce bianche.

Diversa ancora è la presenza di un vero attraversamento ciclabile destinato a garantire la continuità della pista attraverso l’intersezione. Il regolamento lo identifica con apposite strisce bianche discontinue, che delimitano il passaggio. Quando si trova accanto a quello pedonale, la configurazione della segnaletica può essere combinata.

Per i ciclisti che si accingono a utilizzare un attraversamento ciclabile, la normativa in vigore prevede l’obbligo di precedenza a carico degli altri conducenti. Restano da rispettare i segnali e le indicazioni semaforiche.

L’automobilista deve rallentare

L’irregolarità di chi attraversa non libera l’automobilista dai propri obblighi di prudenza. L’articolo 141 del Codice della Strada impone una velocità adeguata alla strada, alla visibilità e al traffico, insieme al controllo del mezzo e alla capacità di arrestarlo davanti a un ostacolo prevedibile. In prossimità degli attraversamenti pedonali la norma richiede espressamente di ridurre la velocità e, quando serve, di fermarsi.

Anche una velocità inferiore al limite indicato dal cartello può risultare inadeguata alle circostanze. Se il ciclista era visibile da tempo e la collisione poteva essere evitata con una frenata tempestiva, la sua condotta deve essere valutata insieme a quella di chi guidava l’auto. Viceversa, un ingresso improvviso nella traiettoria del veicolo può assumere un peso diverso. Contano la possibilità di avvistamento, la distanza disponibile e il tempo utile per reagire.

Poiché auto e bicicletta sono entrambi veicoli, nello scontro entra in gioco l’articolo 2054  del Codice Civile. La disposizione presume, fino a prova contraria, un uguale contributo dei conducenti alla produzione del danno. Il cosiddetto 50 e 50 non è però una percentuale obbligatoria per ogni incidente con una bicicletta. La presunzione può essere superata dagli elementi raccolti.

Alla regola la giurisprudenza assegna una funzione sussidiaria. Interviene quando le risultanze probatorie non consentono di stabilire le rispettive responsabilità. Una ricostruzione attendibile può portare a una ripartizione diversa o all’addebito esclusivo a un conducente. L’assenza di prove sufficienti può al contrario lasciare spazio alla presunzione legale anche se ciascuna parte sostiene di avere ragione.

Per il ciclista il rischio economico nasce dal rapporto tra violazione e incidente. Bisogna accertare se l’attraversamento in sella, la rapidità dell’ingresso o l’omessa precedenza abbiano contribuito all’urto e in quale misura.

Chi paga i danni al ciclista e chi quelli all’auto

Quando viene accertata una responsabilità dell’auto, il ciclista danneggiato può rivolgersi all’assicurazione del veicolo responsabile. Il Codice delle assicurazioni tutela pedoni, ciclisti e altri utenti non motorizzati, collegando il pagamento alla sussistenza della responsabilità civile del conducente.

Con il concorso di colpa, il credito del ciclista viene ridotto in proporzione alla responsabilità. Può così accadere che la compagnia riconosca le lesioni, le spese mediche e il danno alla bicicletta, contestando però una parte dell’importo perché l’attraversamento ha contribuito al sinistro. Diverso è l’accertamento della responsabilità esclusiva del ciclista, che può escludere il risarcimento a carico dell’automobilista e della sua assicurazione.

Il conto può riguardare anche il parabrezza, il cofano o le lesioni dell’altro conducente. Se risponde dello scontro, il ciclista può essere chiamato a risarcire o danni, integralmente o per la quota di propria competenza. Per una normale bicicletta manca l’obbligo generalizzato di Rc auto, ma resta la responsabilità personale per i danni causati. In assenza di una copertura volontaria applicabile al caso, il pagamento ricade sul responsabile.

Sciopero dei trasporti 21 ottobre 2026: città, orario inizio e fine

Il 21 ottobre 2026 è previsto 1 sciopero in Italia. Di seguito i dettagli dello sciopero in programma.

Sciopero dei trasporti Genova

A Genova, in Liguria, è indetto uno sciopero territoriale di 4 ore, dalle 11.30 alle 15.30, che coinvolge il trasporto pubblico locale. È interessato il personale della società AMT di Genova. Lo sciopero è indetto da OST UGL AUTOFERRO e RSA.

Fonte: Mit

Sciopero dei trasporti ottobre 2026: calendario e orari città per città

Nel mese di ottobre 2026 sono previsti scioperi e fermi che interessano il trasporto pubblico locale, i servizi ferroviari e merci, il trasporto aereo e marittimo, oltre a proclamazioni generali. Le iniziative si svolgono in diverse città e regioni e, in alcuni casi, proseguono per più giorni: qui sotto il calendario, con orari, categorie coinvolte e sindacati indicati nei dati disponibili.

Sciopero 2 ottobre 2026

È previsto uno sciopero plurisettoriale nazionale proclamato da CSLE, che interessa il settore pubblico e privato. Per il trasporto ferroviario sono indicate 3 ore di sciopero, dalle 11.00 alle 14.00. Per il settore marittimo le modalità non sono specificate nei dati disponibili.

Sciopero 3 ottobre 2026

Nella città di Genova, in Liguria, è previsto uno sciopero di 24 ore con modalità varie nel trasporto pubblico locale. È coinvolto il personale di AMT di Genova; la protesta è indetta da CUB Trasporti.

Sciopero 8 ottobre 2026

In Sicilia è previsto uno sciopero ferroviario di 24 ore che coinvolge il personale di FS Security della regione, in tutte le province. I sindacati promotori sono SLM FAST Confsal e ORSA Trasporti.

Sciopero 9 ottobre 2026

In Lombardia, nella provincia di Milano, sono proclamate agitazioni di 24 ore, con modalità varie, nel trasporto pubblico locale. È interessato il personale del Gruppo ATM di Milano; tra le proclamazioni indicate figurano quelle di AL-COBAS e CONFIAL Trasporti.

In Emilia-Romagna, nei bacini di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini, è previsto uno sciopero di 24 ore con modalità varie nel trasporto pubblico locale. È coinvolto il personale di Start Romagna. Le sigle indicate sono FILT-CGIL, FIT-CISL, UGL, FAISA-CISAL, USB Lavoro Privato e, separatamente, UILT-UIL.

Sciopero 10 ottobre 2026

Nella provincia di Firenze, in Toscana, è previsto uno sciopero di 24 ore nel trasporto pubblico locale che interessa il personale della società di gestione del servizio tranviario di Firenze. La proclamazione è di COBAS Lavoro Privato.

Sciopero 12 ottobre 2026

Nella città di Bari, in Puglia, è previsto uno sciopero di 4 ore del trasporto pubblico locale, dalle 8.30 alle 12.30. È coinvolto il personale di AMTAB. I sindacati promotori sono FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL e UGL Autoferro.

Sciopero 13 ottobre 2026

In Italia è in programma uno sciopero di 24 ore del trasporto merci su rotaia, dalle 6.00 del 13 ottobre alle 5.59 del 14 ottobre. L’agitazione riguarda il personale di SBB Cargo Italia ed è proclamata da ORSA Ferrovie.

Sciopero 14 ottobre 2026

In Italia prosegue fino alle 5.59 lo sciopero del trasporto merci su rotaia che coinvolge il personale di SBB Cargo Italia, iniziato il 13 ottobre. La proclamazione è di ORSA Ferrovie.

In Toscana è previsto uno sciopero generale dei settori pubblici e privati, compresi appalti e servizi strumentali, proclamato da CGIL. Per il settore ferroviario è indicata la fascia dalle 9.01 alle 17.00; gli appalti ferroviari sono coinvolti nel secondo mezzo turno, il trasporto pubblico locale per 4 ore secondo modalità diverse e il trasporto merci su rotaia per l’intera prestazione lavorativa.

Sciopero 15 ottobre 2026

Nella città di Foggia, in Puglia, è previsto uno sciopero di 24 ore del trasporto pubblico locale che coinvolge il personale di ATAF. Le sigle promotrici sono FILT-CGIL e FAISA-CISAL.

Nella città di Napoli, in Campania, inizia uno sciopero marittimo di 48 ore, fino alle 23.59 del 16 ottobre. Riguarda il sistema portuale del Mar Tirreno Centrale: lavoratori delle imprese ex articoli 16, 17 e 18 della legge 84/94, dell’ADSP e delle società al terminal passeggeri ai sensi dell’articolo 36 del Codice della navigazione. È proclamato da FILT-CGIL, FIT-CISL e UILT-UIL.

Sciopero 16 ottobre 2026

Nei bacini di Chieti e Pescara, in Abruzzo, è previsto uno sciopero di 4 ore del trasporto pubblico locale, con modalità varie e senza orari specificati nei dati disponibili. Sono coinvolti i dipendenti di TUA, Cerella, Di Fonzo Donato, Di Giacomo, DicarloBus, La Panoramica e Napoleone. La proclamazione è di FIT-CISL, UIL-UIL e FAISA-CISAL.

Nella città di Bergamo è previsto uno sciopero di 24 ore del trasporto pubblico locale che coinvolge il personale dell’unità produttiva di Arriva Italia. Gli orari di inizio e fine non sono indicati. Lo sciopero è proclamato da FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL, FAISA-CISAL e RSU.

In Calabria è in corso, dalle 00.01 del 16 ottobre alle 24.00 del 20 ottobre, un fermo di 120 ore del trasporto merci per conto terzi delle imprese aderenti a Fedralog. È proclamato da Fedralog Calabria.

In Italia è previsto uno sciopero aereo di 24 ore, dalle 00.00 alle 23.59, che coinvolge il personale navigante di EasyJet Airlines Limited. La proclamazione è di USB Lavoro Privato.

In Italia è previsto uno sciopero aereo di 24 ore, dalle 00.00 alle 24.00, che coinvolge il personale navigante tecnico di Poste Air Cargo. È proclamato da FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL, ANPAC e ANP.

Nella città di Napoli, in Campania, prosegue fino alle 23.59 lo sciopero marittimo di 48 ore del sistema portuale del Mar Tirreno Centrale, iniziato il 15 ottobre. Sono interessati i lavoratori delle imprese ex articoli 16, 17 e 18 della legge 84/94, dell’ADSP e delle società al terminal passeggeri ai sensi dell’articolo 36 del Codice della navigazione. Le sigle promotrici sono FILT-CGIL, FIT-CISL e UILT-UIL.

In Sicilia è in corso, dalle 00.01 del 16 ottobre alle 24.00 del 20 ottobre, un fermo di 120 ore dell’autotrasporto merci per conto terzi in tutte le province. È proclamato dal Comitato Trasporto Siciliano.

Sciopero 19 ottobre 2026

Nella città di Roma, nel Lazio, è previsto uno sciopero di 4 ore del trasporto pubblico locale, dalle 8.30 alle 12.30, che coinvolge il personale di Bus International Service. La protesta è indetta da USB Lavoro Privato.

Nella città di Savona, in Liguria, è previsto uno sciopero di 4 ore del trasporto pubblico locale, dalle 10.15 alle 14.15, che interessa il personale di TPL Linea. La proclamazione è di FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL, UGL, FAISA-CISAL, SIAL COBAS e RSU.

In Calabria prosegue il fermo di 120 ore del trasporto merci per conto terzi, dalle 00.01 del 16 ottobre alle 24.00 del 20 ottobre, per le imprese aderenti a Fedralog. È proclamato da Fedralog Calabria.

In Sicilia prosegue il fermo di 120 ore dell’autotrasporto merci per conto terzi, dalle 00.01 del 16 ottobre alle 24.00 del 20 ottobre, in tutte le province. È proclamato dal Comitato Trasporto Siciliano.

Sciopero 20 ottobre 2026

Nella città di Udine, in Friuli-Venezia Giulia, è previsto uno sciopero di 9 ore del trasporto pubblico locale, dalle 15.00 alle 24.00, che coinvolge il personale di Arriva Udine. La proclamazione è dell’Associazione Sindacale Indipendente ASI-AU.

In Calabria è l’ultimo giorno del fermo di 120 ore del trasporto merci per conto terzi delle imprese aderenti a Fedralog, previsto fino alle 24.00. L’iniziativa è proclamata da Fedralog Calabria.

In Sicilia è l’ultimo giorno del fermo di 120 ore dell’autotrasporto merci per conto terzi in tutte le province, previsto fino alle 24.00. L’iniziativa è proclamata dal Comitato Trasporto Siciliano.

Sciopero 21 ottobre 2026

Nella città di Genova, in Liguria, è previsto uno sciopero territoriale di 4 ore del trasporto pubblico locale, dalle 11.30 alle 15.30. È coinvolto il personale di AMT di Genova; lo sciopero è indetto da UGL Autoferro e RSA.

Sciopero 23 ottobre 2026

Nella città di Bari, in Puglia, è previsto uno sciopero di 4 ore del trasporto pubblico locale, dalle 19.45 alle 23.45. Sono coinvolti gli operatori di esercizio e il personale addetto alla gestione operativa autolinee (GOA) di Ferrovie Sud Est di Bari. La proclamazione è di FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL e FAISA-CISAL.

Sciopero 27 ottobre 2026

Sull’autostrada A1, nella tratta Incisa-Sasso Marconi, è previsto uno sciopero di 4 ore del personale GSA addetto alla sorveglianza antincendio. Il primo turno è dalle 8.00 alle 12.00 e il secondo dalle 20.00 alle 24.00. La proclamazione è di SGB.

Sciopero 28 ottobre 2026

Nella città di Napoli, in Campania, è previsto uno sciopero di 8 ore del trasporto pubblico locale, dalle 8.00 alle 16.00, che coinvolge il personale di Air Campania. È proclamato da FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL, UGL e FAISA-CISAL.

In Emilia-Romagna inizia alle 21.00 uno sciopero ferroviario di 24 ore, che prosegue fino alle 21.00 del 29 ottobre. Coinvolge il personale di Trenitalia, Divisione Customer Operations, nelle sedi di Bologna, Reggio Emilia (storica e AV Mediopadana) e Rimini. Le sigle promotrici sono FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL e ORSA Ferrovie.

Sciopero 29 ottobre 2026

In Emilia-Romagna prosegue fino alle 21.00 lo sciopero ferroviario di 24 ore iniziato alle 21.00 del 28 ottobre. È interessato il personale di Trenitalia, Divisione Customer Operations, nelle sedi di Bologna, Reggio Emilia (storica e AV Mediopadana) e Rimini. La proclamazione è di FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL e ORSA Ferrovie.

Nella città di Bologna è previsto uno sciopero di 4 ore, dalle 12.00 alle 16.00, che riguarda il personale della società La Lucente impiegato presso il sito aeroportuale. È proclamato da FILCAMS-CGIL e UILT-UIL.

In Italia, nell’ambito dello sciopero generale proclamato da USB per il 30 ottobre, le modalità indicate prevedono l’avvio dello sciopero ferroviario alle 21.00 del 29 ottobre e di quello autostradale alle 22.00 del 29 ottobre. Le agitazioni proseguono il 30 ottobre secondo le modalità indicate per i rispettivi settori.

Sciopero 30 ottobre 2026

In Toscana è proclamato per l’intera giornata uno sciopero generale del personale dipendente pubblico e privato, indetto da USI-CIT.

In Italia è previsto per l’intera giornata uno sciopero generale dei settori pubblici e privati, proclamato da USB. Le modalità indicate sono: trasporto aereo dalle 00.00 alle 23.59; trasporto ferroviario dalle 21.00 del 29 ottobre alle 20.59 del 30 ottobre; trasporto pubblico locale con durata e modalità definite a livello territoriale; autostrade dalle 22.00 del 29 ottobre; taxi dalle 00.01 alle 23.59.

Negli aeroporti di Pisa e Firenze, in Toscana, è previsto uno sciopero di 24 ore, dalle 00.00 alle 23.59, che coinvolge il personale di Toscana Aeroporti, GH Toscana e Consulta operante negli scali. È proclamato da USB Lavoro Privato.

In Italia è previsto uno sciopero marittimo di 24 ore che interessa i lavoratori del settore portuale delle imprese ex articoli 16, 17 e 18 della legge 84/94, dell’ADSP e delle società che applicano il CCNL Porti. È proclamato da USB Lavoro Privato.

In Italia è inoltre proclamato per l’intera giornata uno sciopero generale dei settori pubblici e privati da ADL-COBAS, CLAP, SIAL-COBAS e COBAS.

Maggiori dettagli sono disponibili alle pagine dedicate ai singoli giorni:

Sciopero dei trasporti 21 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 20 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 19 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 16 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 15 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 14 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 13 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 12 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 10 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 09 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 08 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 03 ottobre 2026: città, orario inizio e fine
Sciopero dei trasporti 02 ottobre 2026: città, orario inizio e fine

Fonte: Mit

Come aumentare la durata delle gomme, i trucchi per risparmiare

Eccoci arrivati alla fatidica data del cambio gomme, come ogni anno. E nel momento in cui tutti prenotiamo il nostro appuntamento dal gommista per adeguarci alla normativa (c’è tempo fino al 15 novembre, lo ricordiamo) cerchiamo anche di capire come possiamo far durare più a lungo possibile gli pneumatici nella nostra auto, risparmiando quindi sulla spesa per la sostituzione completa del treno di gomme.

Gli esperti ci rincuorano, sottolineando che bastano solo alcuni piccoli trucchetti per diminuire l’usura degli pneumatici e preservarne quindi le prestazioni, rimandando il più possibile l’acquisto di nuove gomme. Il tutto ovviamente senza compromettere la sicurezza a bordo.

Vediamo tutti i consigli utili per aumentare la durata degli pneumatici della propria auto, risparmiando quindi denaro, cosa non da poco, visto il caro carburante e il caro vita in generale che stanno già mettendo in difficoltà moltissime famiglie italiane, purtroppo. Viviamo un momento storico di grandi difficoltà e anche solo alcuni piccoli accorgimenti semplici e utili possono farci tirare un sospiro di sollievo.

L’importanza della pressione delle gomme

Primo consiglio utilissimo per aumentare la durata degli pneumatici è controllarne periodicamente la pressione, l’ideale sarebbe riuscire a farlo almeno una volta al mese.

Si tratta infatti di uno dei fattori più importanti per prolungare la vita dei dispositivi, non dimentichiamo che viaggiare con pneumatici sgonfi ne aumenta e velocizza il consumo: la resistenza al rotolamento aumenta e questo porta, oltretutto, a una possibile crescita dei consumi di carburante. Attenzione però anche all’effetto contrario, perché una pressione delle gomme troppo alta può provocare un’usura anomala, e anche in questo caso il comportamento dell’auto e la sicurezza su strada ne risentono.

La pressione delle gomme quindi dovrebbe essere controllata almeno una volta al mese e prima dei viaggi lunghi, il consiglio è farlo quando gli pneumatici sono freddi. Come facciamo a sapere quali sono i valori corretti di pressione delle nostre gomme? Semplice, sono riportati nel libretto di uso e manutenzione oppure sulle etichette che troviamo in auto, di solito sono applicate vicino alla portiera del conducente o allo sportello del carburante.

In questo momento, dopo il cambio gomme stagionale, è bene ripetere il controllo della pressione dopo il montaggio degli pneumatici invernali, ricordando che il valore deve rispettare le indicazioni del costruttore.

Lo stile di guida è importante

Un altro trucco per preservare la durata delle gomme auto è guidare in modo fluido, perché può davvero limitare il consumo del battistrada.

Non dimentichiamo infatti che brusche e improvvise accelerazioni o frenate, oltre a curve affrontate a velocità esagerate, sottopongono gli pneumatici a maggiori sollecitazioni. Mentre invece una guida regolare può aiutare a ridurre il consumo del battistrada e a migliorare il comfort e l’efficienza della propria vettura.

Anticipare le frenate, mantenere una distanza di sicurezza adeguata dagli altri veicoli e accelerare progressivamente aiuta a diminuire i consumi del battistrada, come anche evitare manovre aggressive e velocità eccessive in curva. Si tratta di comportamenti da tenere anche per aumentare la sicurezza propria e degli altri utenti della strada, non dimentichiamolo.

Durante l’inverno, quando le basse temperature, le piogge ed eventuali precipitazioni nevose e la possibilità di trovare tratti ghiacciati richiedono maggiore attenzione, è importante guidare con prudenza, non solo per risparmiare, lo sottolineiamo, ma anche (ovviamente) per mantenere il controllo del veicolo nelle situazioni più difficili ed evitare brutti incidenti.

Come controllare usura, convergenza e assetto

Il consumo del battistrada non è l’unico dato importante per capire il grado di usura delle proprie gomme, bisogna anche vedere e capire se il consumo è uniforme su tutto lo pneumatico.

Se si concentra sui bordi, al centro o su un solo lato può essere il segnale di una pressione non corretta, di problemi di convergenza o di altre anomalie meccaniche. Attenzione quindi a non provvedere al cambio gomme senza prima individuare insieme al proprio gommista di fiducia la reale causa di questi danneggiamenti: si rischia di portare altrimenti anche il nuovo treno di gomme allo stesso problema.

Non dimentichiamo di chiedere al gommista, durante il cambio gomme invernali, un controllo generale dello stato degli pneumatici e, se il professionista lo ritiene opportuno, della geometria delle ruote o di altri interventi utili.

La legge dice che gli pneumatici auto devono avere un battistrada minimo di 1,6 millimetri, mai meno. È fondamentale però tenere presente che, anche se il limite legale è quello, non sempre raggiungerlo significa viaggiare in sicurezza. A volte le prestazioni peggiorano molto prima, soprattutto sul bagnato o sulla neve. Facciamo quindi sempre una verifica del battistrada presso il gommista e cambiamo gli pneumatici quando le loro condizioni non garantiscono più un buon livello di sicurezza su strada.

Urti violenti, buche e marciapiedi

Se affrontati ad alta velocità, buche, marciapiedi, tombini, dossi possono danneggiare le gomme auto, quindi è bene affrontarli con estrema cautela, perché gli urti – anche quando non sembrano così esagerati – in realtà possono provocare lesioni importanti alla struttura dello pneumatico o addirittura alterare l’assetto delle ruote, causando un’usura irregolare (e potenzialmente pericolosa) delle gomme.

Attenzione anche a verificare sempre, dopo un forte impatto, che non siano comparse alterazioni quali deformazioni, tagli o rigonfiamenti, altrimenti consigliamo di rivolgersi a un gommista, perché un danno strutturale non deve mai essere ignorato, anche se la gomma sembra ancora utilizzabile potrebbe essere pericoloso continuare a viaggiare su strada.

Come conservare le gomme

A questo tema abbiamo dedicato un articolo intero, conservare in maniera corretta gli pneumatici infatti ne aumenta la durata del tempo.

Nel momento del cambio stagionale, è fondamentale innanzitutto pulire le gomme prima di riporle in garage o nel proprio deposito, utilizzando acqua e detergente delicato, togliendo sporco e residui accumulati durante l’uso. Prima dello stoccaggio ricordiamo di asciugarli accuratamente, gli pneumatici non devono restare bagnati né umidi.

La scelta del luogo di conservazione è fondamentale, deve essere fresco, asciutto, pulito, abbastanza ventilato e protetto dalla luce solare diretta. Infatti calore e raggi UV possono deteriorare la gomma, rendendola addirittura inutilizzabile per la stagione successiva. Facciamo sempre attenzione alla presenza di solventi, fonti di ozono (provenienti da alcuni motori elettrici o compressori), carburanti, lubrificanti e oli vari: è meglio che gli pneumatici ne restino lontani.

Alcuni costruttori consigliano anche di conservare ciascuno pneumatico in un sacco pulito e asciutto, se possibile con chiusura ermetica, dopo aver eliminato quanta più aria possibile. Una pratica da non seguire invece? Applicare il nero gomme o altri prodotti lucidanti prima di conservarli, non è necessario e addirittura può rovinare gli pneumatici, nonostante la resa estetica sembri buona.

Una menzione particolare la merita anche la posizione in cui devono essere conservati gli pneumatici, e c’è una importante distinzione da fare:

  • gomme senza cerchi: preferibilmente in verticale, evitando di appenderle o di impilarle per non causare deformazioni;
  • gomme con cerchi: possono essere impilate o posizionate sulle apposite rastrelliere.

In ogni caso, prima di rimontarli, fate sempre verificare lo stato dal gommista.

Attenzione all’età delle gomme

La durata di uno pneumatico dipende da differenti fattori, tra cui:

  • carico;
  • pressione;
  • modalità di conservazione;
  • manutenzione;
  • stile di guida;
  • condizioni stradali dei percorsi abituali.

Come è evidente, quindi, non esiste un chilometraggio di durata valido per tutti. Secondo i costruttori, sarebbe opportuno far controllare le gomme da uno specialista almeno una volta all’anno, dopo cinque anni di utilizzo, e sostituirli per precauzione quando raggiungono dieci anni dalla data di produzione, anche se il battistrada non sembra consumato tanto da rendere i viaggi poco sicuri.

Ma è possibile conoscere la data di fabbricazione degli pneumatici? Assolutamente sì, possiamo farlo tutti: basta individuare il codice DOT sul fianco delle gomme, le ultime quattro cifre indicano la settimana e l’anno di produzione. Un esempio? Il codice 2224 identifica uno pneumatico fabbricato nella ventiduesima settimana del 2024.

Cambio gomme invernali: come risparmiare

Sappiamo che nel nostro Paese il periodo di riferimento per gli obblighi di dotazione invernale è compreso tra il 15 novembre e il 15 aprile, sulle strade interessate da specifiche ordinanze. A partire dal 15 ottobre è possibile iniziare ad adeguarsi alla normativa, c’è quindi un mese di tempo per non farsi cogliere impreparati.

Ricordiamo comunque che possono esserci disposizioni differenti per determinati tratti stradali, quindi è importante verificare la segnaletica e le prescrizioni locali. Inoltre è bene sapere che, nelle zone dove è permesso, si può evitare la sostituzione delle gomme, ma è obbligatorio avere a bordo dispositivi antisdrucciolevoli compatibili e conformi alle disposizioni applicabili (catene e calze da neve).

Un consiglio per limitare le spese del cambio gomme? Prenotare per tempo e far controllare il treno di gomme che verrà rimontato. Se sono state conservate in maniera adeguata, molto probabilmente saranno ancora integre. Attenzione però a non prolungarne artificialmente la vita, se il battistrada è insufficiente o sono presenti danni, la sostituzione è una priorità di sicurezza.

Una manutenzione costante consente di aumentare la vita delle gomme auto, di cosa dovremmo occuparci quindi, in sintesi:

  • controllare la pressione;
  • guidare senza brusche manovre e a velocità adeguata;
  • evitare gli urti contro marciapiedi, tombini e buche;
  • monitorare l’usura;
  • conservare correttamente le gomme smontate.

Il vigile ha le braccia aperte: devi fermarti o puoi passare?

Un agente al centro dell’incrocio, entrambe le braccia distese lateralmente e pochi secondi per decidere. Chi arriva davanti al suo petto o alle sue spalle deve fermarsi. Per i veicoli che provengono dai suoi fianchi, procedendo lungo una direzione parallela alle braccia, vale invece il via libera.

Nel linguaggio dell’articolo 43 del Codice della strada, le braccia tese orizzontalmente fermano gli utenti provenienti dalle direzioni che intersecano quella indicata dagli arti e lasciano passare chi percorre la direzione indicata. La disposizione contempla anche un solo braccio disteso. Per la postura classica con le braccia distese lateralmente, la lettura può essere riassunta così:

  • di fronte, con il petto rivolto al conducente: arresto
  • di spalle, con la schiena rivolta al conducente: arresto
  • di profilo, con il conducente in arrivo dal suo fianco destro: via libera
  • di profilo, con il conducente in arrivo dal suo fianco sinistro: via libera

Si immagini un normale incrocio a quattro bracci, con il vigile rivolto verso una delle due strade contrapposte. L’automobile che lo vede frontalmente si arresta, come quella che sopraggiunge dietro di lui; sulle altre due strade, i conducenti osservano il suo profilo.

Il segnale del vigile prevale sul semaforo

A quel punto può comparire un secondo dubbio: che cosa accade se il semaforo è verde, ma il vigile impone l’arresto? La risposta discende dall’articolo 38: prevalgono le segnalazioni degli agenti. Il conducente deve quindi fermarsi, anche se la lanterna consentirebbe il passaggio. Nella situazione inversa, un ordine di avanzare impartito dall’agente che regola quel flusso va seguito anche con il rosso acceso.

Va distinta la presenza di un agente sulla strada dalla regolazione del traffico mediante segnali. Quando dirige la circolazione bisogna osservare anche gli ordini rivolti a un singolo veicolo. Un invito ad avanzare può interessare una sola auto, senza autorizzare tutta la coda a seguirla.

Ricevuto l’ordine di arresto, dove deve fermarsi l’auto? Se sulla carreggiata è presente una striscia trasversale continua di arresto, il veicolo deve rimanere prima di quella linea. L’articolo 40 collega questo limite anche alle segnalazioni manuali degli agenti. Non riguarda soltanto il semaforo o il cartello di stop.

In assenza di un riferimento dipinto sull’asfalto, la condotta prudente consiste nel fermarsi prima di impegnare l’incrocio, lasciando libero l’attraversamento pedonale e mantenendo visibili le indicazioni. Un ordine dell’agente può richiedere una diversa posizione. Durante l’attesa, avanzare a piccoli scatti per guadagnare qualche metro complica la lettura dello spazio disponibile: la zona di conflitto fra le traiettorie deve restare libera, senza obbligare gli altri utenti a girare attorno a un’auto ferma.

Se il vigile abbassa le braccia

C’è poi un dettaglio che può sorprendere chi ricorda soltanto le figure dei quiz: abbassare le braccia non annulla sempre il segnale. Dopo le segnalazioni previste dal Codice della strada, l’agente può portare gli arti lungo il corpo, mantenendo attraverso la propria posizione lo stesso significato per i flussi: arresto per chi si trova davanti o dietro, via libera per chi è di fianco. È la sequenza prevista dal comma 4 dell’articolo 43. L’assenza momentanea delle braccia distese non giustifica la ripartenza.

Per chi riceve il via libera si apre il capitolo delle svolte. Vedere il vigile di profilo non obbliga a proseguire diritto. Anche la svolta a destra è ammessa nella postura classica, quando compatibile con le altre prescrizioni. Lo confermano i quesiti ufficiali del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Il gesto autorizza il passaggio del flusso, senza imporre a tutti i veicoli un’unica destinazione oltre l’incrocio.

Prima di cambiare direzione restano da verificare la corsia occupata e lo spazio per la manovra, salvo istruzioni specifiche dell’agente che dispongano diversamente. L’articolo 154 richiede al conducente di accertarsi che la svolta non crei pericolo o intralcio, tenendo conto degli altri utenti, e di segnalarla con anticipo. L’indicatore di direzione deve accompagnare la manovra. Il via libera non sostituisce la comunicazione delle proprie intenzioni a chi segue o sopraggiunge.

Nella svolta a sinistra, il problema diventa evidente se dall’altro lato arriva un veicolo che prosegue diritto. Chi svolta deve lasciare passare la corrente opposta che prosegue diritto, salvo una diversa disposizione dell’agente. Il via libera dato a entrambe le correnti non attribuisce una precedenza indistinta. La stessa logica vale per pedoni e ciclisti autorizzati contemporaneamente al passaggio.

Anche un incrocio libero può nascondere una coda subito dopo l’uscita. Entrarvi senza poterlo sgombrare rapidamente espone al rischio di bloccare la corrente trasversale quando il vigile cambia disposizione. L’articolo 145 vieta di impegnare l’intersezione se manca la possibilità di liberarla in breve tempo e lasciar passare gli altri veicoli.

Braccio alzato: attenzione, arresto e due eccezioni

Ben diverso dalle braccia aperte lateralmente è il braccio alzato in verticale. Questo segnale richiede attenzione e arresto per tutti gli utenti con due precisazioni: il conducente che non può più fermarsi in condizioni sufficienti di sicurezza non deve effettuare un arresto pericoloso. E poi, chi ha già impegnato l’intersezione non è tenuto a immobilizzarsi al suo interno.

Una simile eccezione non giustifica l’accelerazione per anticipare lo stop. La valutazione riguarda la possibilità di arrestare il veicolo in sicurezza quando compare il segnale. Chi è già dentro l’incrocio deve liberarlo con prudenza; per chi si sta avvicinando la velocità adeguata alla situazione lascia il margine per reagire senza una frenata d’emergenza.

Un’altra configurazione da riconoscere è quella delle braccia disposte ad angolo retto, da non confondere con la normale apertura laterale. L’articolo 181 del regolamento prevede questo gesto per consentire una svolta a sinistra. Le braccia sono orientate verso la provenienza e la destinazione del flusso interessato mentre viene fermata la corrente opposta che proseguirebbe diritto.

Ordini diretti, fischietto e paletta

La gestione sul posto può richiedere anche ordini indirizzati a un solo conducente. L’agente può fermare un veicolo, dirottare una corrente o modificarne l’andatura per risolvere una situazione. Una postura favorevole al transito del flusso va letta insieme al comando ricevuto: chi viene invitato a restare fermo deve attendere. Il movimento dell’auto davanti non prova che l’autorizzazione sia stata estesa a quelle che seguono.

Ai gesti si aggiunge il fischietto, il cui impiego ha un significato codificato. Un suono prolungato impone l’arresto della circolazione per consentire il passaggio di mezzi di polizia, vigili del fuoco o autoambulanze. Chi ha già impegnato l’incrocio deve sgombrarlo mentre chi sta per entrarvi si ferma fino al successivo segnale di due suoni brevi, che indica il via libera. Il regolamento contempla anche l’uso del suono prolungato, in altre circostanze, per intimare l’alt a un trasgressore.

Di notte può essere impiegata una luce rossa oscillante, che ordina l’arresto agli utenti verso i quali viene diretta. Anche la paletta serve a impartire l’alt o il via libera.

Quale lettera sugli pneumatici invernali indica la velocità massima ammessa

Basta una lettera per cambiare le condizioni di utilizzo di un treno di gomme. Accanto alle dimensioni e all’indice di carico, sul fianco dello pneumatico compare il codice di velocità, che identifica la velocità massima prevista per quel pneumatico. Nel momento di scegliere le coperture invernali, la lettura di questa marcatura aiuta a verificare la compatibilità con l’auto.

Con l’arrivo della stagione fredda, al dato tecnico si affianca una questione normativa. In Italia gli pneumatici invernali possono beneficiare di una deroga che consente entro condizioni definite un indice inferiore a quello prescritto dal libretto.

Dove si trova la lettera e come leggere la marcatura

Prendiamo una scritta frequente: 205/55 R16 91H. La parte iniziale descrive le dimensioni e la struttura; a chiudere la descrizione di servizio sono il numero 91, relativo al carico, e la lettera H, riferita alla velocità. Altre diciture possono seguire sul fianco, quindi cercare solo l’ultima lettera visibile rischia di portare fuori strada. In pratica:

  • 205: Larghezza nominale della sezione, in millimetri
  • 55: Rapporto percentuale tra altezza e larghezza della sezione
  • R: Struttura radiale
  • 16: Diametro nominale del cerchio, in pollici
  • 91: Indice di carico
  • H: Codice di velocità

Nella posizione che precede il diametro del cerchio, la R indica la costruzione radiale. Se la stessa lettera compare invece dopo l’indice di carico, assume il ruolo di codice di velocità e corrisponde a 170 km/h. È la collocazione nella sequenza a stabilirne dunque il significato. La lettura di una marcatura richiede di riconoscere il gruppo completo, senza isolare un carattere dal suo contesto.

La tabella dei codici di velocità: da Q a Y

A ciascun simbolo corrisponde un valore espresso in chilometri orari. Per le categorie più rilevanti nel confronto tra gomme estive e invernali, la tabella dei codici di velocità si legge così:

  • Q: 160 km/h
  • R: 170 km/h
  • S: 180 km/h
  • T: 190 km/h
  • U: 200 km/h
  • H: 210 km/h
  • V: 240 km/h
  • W: 270 km/h
  • Y: 300 km/h

L’ordine alfabetico può ingannare. Sebbene preceda la T nell’alfabeto, la H corrisponde a 210 km/h, contro i 190 km/h della T. Per decidere se un indice sia superiore a un altro bisogna confrontare le velocità associate senza ragionare sulla successione delle lettere. In un acquisto online, dove basta selezionare una variante dal menu, questo dettaglio può separare una scelta corretta da un prodotto incompatibile.

Che cosa certifica quella velocità

Dietro alla lettera c’è una classificazione tecnica collegata alle prestazioni dello pneumatico. Il Regolamento Onu 30 disciplina tra gli altri aspetti le prove di carico e velocità. Il test prevede condizioni controllate, un carico definito e una sequenza di velocità su un’apparecchiatura di laboratorio. Il risultato riguarda la resistenza della copertura nelle condizioni previste dalla procedura, senza descrivere ogni situazione che un automobilista incontrerà durante un viaggio.

Da una categoria H non si ricava per esempio una valutazione dello spazio di frenata su una curva innevata. Bisogna separare la capacità di sostenere una velocità dalle prestazioni di aderenza sulla strada. Neve, ghiaccio, acqua e usura cambiano il rapporto tra gomma e fondo.

Su una normale autostrada italiana montare gomme T, H o V lascia fermo il limite di 130 km/h, salvo le diverse prescrizioni applicabili. Durante le precipitazioni, il tetto previsto dall’articolo 142 scende a 110 km/h sulle autostrade. La marcatura sul fianco entra in un quadro di limiti che comprende la strada, la categoria del veicolo e le eventuali restrizioni per il conducente.

Ancora prima dei numeri interviene l’articolo 141 del Codice della strada. Chi guida deve adattare l’andatura alle condizioni del veicolo, della carreggiata, del traffico e della visibilità, conservando la capacità di arrestarsi davanti agli ostacoli prevedibili. Anche restando sotto il limite segnalato una velocità può quindi risultare eccessiva per la situazione concreta. Sull’asfalto ghiacciato, l’indicazione Q, pari a 160 km/h, non offre alcuna garanzia di controllo a quell’andatura.

La deroga invernale permette di scendere fino a Q

Per l’impiego stagionale delle coperture da neve, la disciplina italiana consente un codice inferiore a quello riportato sul libretto, con il limite di non scendere sotto Q, corrispondente a 160 km/h.  La riduzione riguarda il codice di velocità. Continuano a valere i requisiti relativi a dimensioni e capacità di carico.

Accanto al codice di velocità si incontrano marcature che rispondono a domande differenti. La sigla M+S, da Mud and Snow, identifica una copertura che il fabbricante dichiara idonea anche alla marcia su neve. Il simbolo 3PMSF, raffigurato dalla montagna a tre cime con un fiocco di neve, attesta invece il superamento di una prova normativa sulle prestazioni di aderenza su neve.

Con la certificazione 3PMSF si dispone dunque di un riferimento prestazionale verificato. Il simbolo alpino deriva da test con soglie da rispettare. Nessuna delle due marcature sostituisce però la lettera relativa alla velocità massima.

Le quattro stagioni e il controllo del codice

Anche una gomma All Season con marcatura invernale, acquistata sfruttando un codice inferiore a quello ordinario, resta soggetta alla finestra stagionale della deroga. Per mantenerla tutto l’anno si devono rispettare le caratteristiche autorizzate per il veicolo. C’è anche il caso speculare che può essere trascurato. Quando il documento prevede una misura M+S con codice Q, montare una copertura conforme a quella voce non significa ricorrere alla deroga rispetto a un indice superiore. Con il rispetto delle caratteristiche di serie riportate nel documento, la circolazione è ammessa senza limitazioni stagionali legate al codice.

Per gli invernali conformi alle prescrizioni del veicolo, la legge non impone un cambio primaverile soltanto perché la gomma appartiene alla categoria invernale. Resta da valutare la scelta tecnica: con il caldo, mescole e disegni studiati per la stagione fredda possono comportare compromessi su prestazioni, usura e consumi.

Il numero vicino alla lettera richiede la stessa cura. Con indice 91 la capacità nominale corrisponde per esempio a 615 kg per pneumatico, nelle condizioni previste. Questo dato riguarda la copertura e non autorizza a caricare l’auto moltiplicando il valore per quattro: i limiti del veicolo e degli assi rimangono da rispettare.

Carico e velocità vanno considerati insieme anche sul piano tecnico. Per le categorie V, W e Y, il Regolamento Onu prevede riduzioni della capacità di carico alle velocità più elevate secondo tabelle specifiche.

Quanti anni hanno i tuoi pneumatici? La risposta è nel codice DOT

Le gomme montate sull’auto possono avere più anni di quelli trascorsi dal loro acquisto. Il conto comincia infatti dalla data di produzione e non dal giorno in cui il gommista le ha installate. L’informazione da cercare è una sequenza di quattro cifre sul fianco dello pneumatico che molte volte compare alla fine della marcatura DOT.

Se la decifrazione di quel codice richiede pochi secondi, l’interpretazione comporta una distinzione più impegnativa. E se conoscere l’età cronologica aiuta a organizzare verifiche e sostituzioni, lo stato del prodotto dipende anche da ciò che ha subito durante stoccaggio e circolazione.

Cosa significa DOT e perché compare sulle gomme

Dietro la sigla DOT c’è il Department of Transportation, il Dipartimento dei Trasporti statunitense. La marcatura è collegata alla conformità agli standard americani. La sequenza identificativa associata, denominata TIN, Tire Identification Number, comprende informazioni utili alla tracciabilità del prodotto. La parte conclusiva contiene il codice della data, nel quale vengono riportati settimana e anno di fabbricazione.

Nell’Unione europea la marcatura DOT non è obbligatoria ma la data di fabbricazione deve essere riportata sul fianco. Un automobilista può quindi trovare l’indicazione temporale anche senza la sigla americana. Dopodiché ina misura come 205/55 R16 riguarda le dimensioni e la struttura mentre una combinazione come 91V esprime indice di carico e codice di velocità. Per sapere quando è nato lo pneumatico bisogna isolare la marcatura della data senza attribuire un significato temporale ai numeri più grandi o più visibili.

Come leggere le quattro cifre della data di produzione

Il meccanismo segue l’ordine settimana-anno. Delle quattro cifre, le prime due indicano la settimana di fabbricazione e le ultime due identificano l’anno: 1822, per esempio, significa diciottesima settimana del 2022. Il numero iniziale non corrisponde al mese, come dimostra già il valore 18.

Altri esempi permettono di vedere quanto cambi il risultato. Il codice 1822 corrisponde alla 18esima settimana del 2022 e 4024 alla 40esima settimana del 2024. Allo stesso modo, 0826 indica l’ottava settimana del 2026 mentre 2816 si riferisce alla 28esima settimana del 2016.

La lettura resta la stessa qualunque sia la lunghezza della sequenza che precede la data. Nel codice completo compaiono anche informazioni di identificazione della produzione. Ai fini del calcolo dell’età conta la sequenza finale di quattro numeri, quando inclusa nel TIN.

Dalla marcatura non emerge il giorno in cui la gomma è stata realizzata. Per questo un calcolo che promette un’età esatta al giorno, usando soltanto quelle cifre, offre una precisione apparente. Il dato disponibile identifica una settimana, non una data giornaliera. Per le esigenze dell’automobilista, quella risoluzione basta a capire l’ordine di grandezza dell’età e la vicinanza alle soglie raccomandate dal produttore.

Dove cercare il codice se non si vede sul lato esterno

Sul fianco la data è racchiusa in una piccola area ovale, ma la sua posizione può renderla poco leggibile con la ruota montata. La marcatura completa può comparire su un solo lato. Se all’esterno si vede DOT senza il gruppo finale della data bisogna verificare l’altro fianco.

A oggi uno pneumatico marcato 1822 ha circa quattro anni e mezzo mentre un esemplare 4024 ha circa due anni. Per un 0826 si parla invece di mesi. Il codice 2816 porta oltre i dieci anni dalla produzione. La data di acquisto e la data di montaggio rispondono poi a domande diverse. Se una gomma prodotta nel 2024 è stata installata nel marzo 2026, nell’ottobre dello stesso anno ha pochi mesi di servizio e circa due anni di età cronologica. Scontrino e documentazione dell’intervento aiutano a ricostruire l’inizio dell’utilizzo. La marcatura sul fianco conserva l’informazione sulla nascita del prodotto.

Anche le quattro ruote meritano una lettura separata. Registrare il codice di ogni pneumatico evita di estendere a tutto il treno la data di un solo esemplare, soprattutto dopo sostituzioni parziali o acquisti di un’auto usata. In un piccolo prospetto con posizione, data di produzione e chilometraggio al montaggio si raccolgono informazioni molto più utili di una generica annotazione gomme nuove.

Gli pneumatici hanno una scadenza stabilita per legge?

Per le normali autovetture, la data di fabbricazione non determina una scadenza legale automatica. La durata non può essere fissata in anticipo perché le condizioni cui il prodotto sarà sottoposto sono variabili. La disciplina italiana richiede fra l’altro l’efficienza degli pneumatici e una profondità degli intagli principali del battistrada di almeno 1,6 millimetri per gli autoveicoli. Restare sopra quella misura non risolve ogni problema in quanto l’assenza di lesioni pericolose e l’integrità del prodotto continuano a contare, indipendentemente dall’anno impresso sul fianco.

Su un altro piano si collocano le raccomandazioni dei costruttori che possono prevedere controlli o sostituzioni in funzione del tempo. L’assenza di un termine legale universale non autorizza a trascurarle: prima di decidere quanto a lungo mantenere le gomme in servizio, vanno consultate anche le istruzioni del veicolo.

Dopo cinque anni di utilizzo, i produttori raccomandano in genere una verifica professionale almeno annuale. Raggiunti i dieci anni dalla fabbricazione consigliano la sostituzione precauzionale, anche se l’aspetto appare soddisfacente e il battistrada non ha raggiunto il limite di usura. L’indicazione comprende la ruota di scorta. La differenza fra i due conteggi cambia il risultato. Una gomma fabbricata nel 2020 e montata nel 2023 raggiungerà i cinque anni di servizio nel 2028, ma i dieci anni di età nel 2030

Perché anche una gomma poco usata può invecchiare

Il battistrada si consuma soprattutto con la circolazione, ma l’invecchiamento dei materiali segue un processo diverso. Gomma e altri componenti possono cambiare nel tempo sotto l’effetto delle condizioni ambientali, dello stoccaggio e del servizio. La bassa percorrenza non mette da sola al riparo da questo fenomeno.

Screpolature e deformazioni possono essere segnali di invecchiamento. Per valutarne la possibilità di utilizzo viene indicato il controllo di uno specialista. A contare è anche la storia del prodotto. Un fianco pulito e un battistrada ancora profondo non bastano a escludere problemi non visibili.

Un prodotto non utilizzato può avere trascorso tempo nel magazzino prima della vendita. In linea di massima uno pneumatico auto correttamente immagazzinato e mai usato può essere venduto fino a cinque anni di età come nuovo. La domanda utile riguarda perciò come è stata conservata, insieme alle condizioni del prodotto e alle raccomandazioni della marca. Se l’acquirente vuole una produzione entro un intervallo preciso, può concordarlo prima dell’ordine, così che il requisito diventi chiaro per entrambe le parti.

Va evitato anche il ragionamento opposto, secondo il quale lo stoccaggio annullerebbe il passare del tempo. Per chi segue una raccomandazione di sostituzione a dieci anni dalla produzione, gli anni trascorsi prima del montaggio restano nel conteggio.

Rottamare l’auto in sicurezza: cosa prevede il nuovo Regolamento europeo

Consegnare le chiavi all’autodemolitore basta a chiudere la storia di un’auto? Tra il ritiro del mezzo, il trattamento dei materiali e la cancellazione dai registri si sviluppa una procedura dalla quale dipendono la tutela del proprietario e la destinazione di ciò che resta del veicolo. A renderla più uniforme e tracciabile interviene il Regolamento europeo sui veicoli fuori uso, costruito attorno al principio che il rottame deve raggiungere operatori autorizzati mentre i documenti devono consentire alle autorità di seguirne il percorso.

La gratuità della consegna occupa un posto centrale nella riforma, ma le sue condizioni meritano attenzione. Accanto alle eccezioni, il provvedimento rafforza il certificato di rottamazione e il collegamento con i registri di immatricolazione così da ridurre gli spazi nei quali un veicolo può scomparire senza lasciare tracce.

Cosa prevede il nuovo Regolamento

Il riferimento normativo è il Regolamento europeo 2026/1738 secondo cui chi porta un’auto alla demolizione nell’ottobre 2026 deve seguire le procedure italiane in vigore. All’ultimo proprietario verrà garantito il conferimento gratuito a un impianto di trattamento autorizzato o a un punto di raccolta. Non bisognerà dimostrare che il veicolo conservi un valore commerciale apprezzabile. Il sistema serve infatti a intercettare anche i mezzi ormai privi di interesse sul mercato. Gli importi da mettere in conto sono i seguenti:

  • emolumenti Aci: 13,50 euro
  • diritti della Motorizzazione civile: 10,20 euro
  • imposta di bollo: 32,00 euro

A queste somme si aggiungono i costi di riscossione dei versamenti di competenza della Motorizzazione civile. L’eventuale trasporto va invece valutato separatamente.

Fra i componenti considerati essenziali, l’articolo 24 richiama i motori elettrici, le batterie dei veicoli elettrici, i motori a combustione interna e diversi pezzi di carrozzeria di grandi dimensioni. Se queste parti mancano, il diritto al conferimento gratuito può venir meno, a meno che ricorra una delle deroghe.

Il senso della misura emerge osservando ciò che può accadere prima dell’arrivo al centro autorizzato. I componenti con un mercato vengono separati dal resto mentre la carcassa e le frazioni meno remunerative rischiano di essere abbandonate o gestite male. Collegando la gratuità alla completezza del mezzo, il legislatore punta a scoraggiare lo smontaggio illegale e a favorire la raccolta dei veicoli integri.

Perché i rifiuti aggiunti fanno perdere la gratuità

Anche un’auto completa esce dal regime gratuito se contiene rifiuti aggiunti. La disposizione riguarda materiali estranei al veicolo, non i suoi componenti diventati rifiuti con la fine dell’utilizzo. Si tratta ad esempio di sacchi di macerie o scarti domestici caricati nel bagagliaio che trasformerebbero il mezzo in un contenitore per rifiuti diversi.

Prima della consegna conviene quindi svuotare abitacolo e vano di carico, recuperando gli oggetti personali e avviando gli scarti estranei ai rispettivi sistemi di raccolta. Diverso è il caso dei fluidi e delle parti dell’auto in quanto la loro gestione rientra nelle operazioni tecniche affidate agli operatori autorizzati.

Auto elettriche, l’eccezione per la batteria già rimossa

Un’attenzione specifica è riservata alla batteria di trazione. Anche quando manca, il conferimento resterà gratuito se l’ultimo proprietario presenta documenti capaci di provare che un operatore professionale l’ha gestita nel rispetto del Regolamento europeo, dedicato alle batterie e ai relativi rifiuti.

Il requisito non si esaurisce nella prova che qualcuno abbia estratto il pacco dall’auto. A dover risultare è una gestione professionale conforme alla disciplina europea. La conservazione della documentazione ricevuta durante l’intervento diventa quindi una precauzione se la demolizione del veicolo avviene molto tempo dopo. L’eccezione distingue la separazione regolare di un componente dallo svuotamento incontrollato del mezzo. Per un accumulatore destinato a un percorso consentito dalla normativa, la mancanza sull’auto non si traduce in un costo di consegna.

Sul piano pratico, il proprietario può chiarire in anticipo con il centro autorizzato quali documenti presentare senza scoprire al momento del ritiro che le prove conservate non bastano.

Nel testo definitivo compare quindi una precisazione sull’eccezione assicurativa. Il conferimento resterà gratuito, pur in assenza di parti essenziali, per i veicoli dichiarati dalle compagnie come perdita tecnica totale.

Il certificato elettronico che accompagnerà la rottamazione

Con il nuovo regime, l’impianto di trattamento autorizzato rilascerà all’ultimo proprietario il certificato di rottamazione in formato elettronico, secondo il modello previsto nell’allegato X.

Alla consegna nell’impianto seguirà una notifica elettronica alle autorità competenti, della quale il proprietario riceverà copia. Il documento avrà riconoscimento negli altri Stati membri e sarà il presupposto per la cancellazione dell’immatricolazione. Le autorità potranno annullarla solo dopo averlo ricevuto. Si tratta di collegare la presa in carico del rifiuto alla sua posizione nei registri senza che i due percorsi restino separati.

Va distinta la funzione del punto di raccolta da quella dell’impianto di trattamento. Il primo rilascerà un documento elettronico che conferma il ricevimento. Al secondo spetterà il certificato previsto dall’articolo 25.

Quando un’auto immatricolata in Italia viene conferita a un impianto autorizzato di un altro Paese dell’Unione europea, il passaggio oltreconfine non dovrà interrompere la tracciabilità. Le autorità dello Stato nel quale è stato emesso il certificato informeranno quelle del Paese di immatricolazione. Per il proprietario il vantaggio sarà un collegamento più strutturato fra il luogo del trattamento e il registro di origine.

Come rottamare in sicurezza oggi in Italia

Nell’attesa dell’applicazione delle nuove disposizioni, la scelta dell’operatore resta il primo controllo. Il veicolo va consegnato a un centro di raccolta autorizzato oppure, quando viene ceduto per acquistarne un altro, al concessionario o agli altri soggetti ammessi dalla disciplina. Gli elenchi dei centri autorizzati possono essere consultati attraverso i riferimenti indicati dagli uffici Pra.

Alla pratica servono le targhe, la carta di circolazione o il Documento Unico e il certificato di proprietà o il foglio complementare. Per targhe o documenti mancanti occorre gestire la denuncia di smarrimento o furto prevista dalla procedura; tra gli allegati figura la copia del certificato rilasciato dal centro.

Prima di separarsi dal mezzo, il proprietario deve ricevere il certificato di rottamazione e controllarne i dati ovvero identità delle parti, estremi dell’autorizzazione dell’impresa, identificazione dell’auto, data e ora della presa in carico, impegno a richiedere la cancellazione dal Pra.

Entro 30 giorni consecutivi dalla consegna, il centro o il soggetto che ritira l’auto deve presentare la richiesta di cessazione della circolazione per demolizione. Per chiudere il controllo, conviene ottenere la ricevuta dell’avvenuta cancellazione dal PRA e dall’Archivio Nazionale Veicoli, conservandola insieme al certificato.

Guida accompagnata a 16 anni, il Governo fa dietrofront: cosa cambia per i più giovani

La guida accompagnata a 16 anni non diventerà realtà, almeno per il momento. L’ipotesi di anticipare di un anno l’accesso alle esercitazioni in automobile non trova spazio nella revisione del Codice della Strada, lasciando invariata una possibilità che oggi riguarda soltanto i diciassettenni.

Il progetto avrebbe consentito ai più giovani di familiarizzare prima con la guida, accumulando esperienza sotto la supervisione di un adulto. La decisione di non procedere mantiene invece il sistema attuale, che prevede requisiti specifici e un percorso formativo obbligatorio. Una soluzione ancora poco utilizzata dalle famiglie italiane, nonostante sia disponibile da diversi anni.

Guida accompagnata a 16 anni: perché non cambia nulla

L’abbassamento dell’età minima avrebbe rappresentato una modifica significativa per chi desidera avvicinarsi al volante prima della maggiore età. Attualmente, infatti, la guida accompagnata può iniziare soltanto dopo il compimento dei 17 anni, a condizione di possedere già una patente di categoria idonea.

La proposta di estendere questa opportunità ai sedicenni è rimasta fuori dalla riforma. Non si tratta quindi della cancellazione della guida accompagnata, ma della rinuncia ad ampliarne l’accessibilità. Il tema riguarda anche la diffusione limitata dello strumento. Secondo i dati riportati nel dibattito sulla riforma, soltanto circa l’1% dei giovani che conseguono la patente utilizza preventivamente questa possibilità.

Anticipare l’età avrebbe potuto aumentare il numero degli interessati, offrendo un periodo più lungo per acquisire familiarità con il traffico e con le diverse condizioni di circolazione. La scelta del Governo lascia però aperta una questione: quanto incidono gli adempimenti richiesti sulla scarsa diffusione di questa formula?

Come funziona la guida accompagnata a 17 anni

Per ottenere l’autorizzazione non è sufficiente avere compiuto l’età prevista. Il minorenne deve essere già titolare di una patente A1 o B1, conseguibile a partire dai 16 anni. È poi necessario frequentare un corso di almeno 10 ore di guida pratica presso un’autoscuola, sotto la supervisione di un istruttore abilitato. La formazione comprende esercitazioni in condizioni differenti, incluse la circolazione notturna e quella su strade extraurbane o autostrade.

Soltanto dopo aver completato il percorso è possibile richiedere l’apposita autorizzazione, che consente di esercitarsi con un accompagnatore preventivamente indicato. Quest’ultimo deve possedere una patente B, o di categoria superiore, da almeno dieci anni e rispettare i requisiti previsti dalla normativa.

Durante le esercitazioni non è consentito trasportare altri passeggeri. L’automobile deve inoltre esporre il contrassegno GA ed essere conforme alle limitazioni stabilite per questa particolare modalità di guida. L’autorizzazione non sostituisce la patente B e non permette al diciassettenne di circolare autonomamente.

Perché pochi giovani scelgono questa possibilità

Uno dei principali ostacoli è rappresentato dalla necessità di possedere preventivamente una patente per motocicli leggeri o quadricicli. Chi non ha già affrontato questo percorso deve sostenere ulteriori costi e adempimenti prima di poter accedere alle esercitazioni in automobile.

A questi si aggiungono le lezioni obbligatorie in autoscuola, che rendono la procedura più articolata rispetto alla normale preparazione per la patente B. Anche il fattore temporale ha un peso. Potendo iniziare soltanto a 17 anni, molti ragazzi preferiscono attendere il compimento dei 18 anni per intraprendere direttamente il percorso ordinario.

L’eventuale apertura ai sedicenni avrebbe ampliato questo intervallo, ma non avrebbe automaticamente eliminato gli altri requisiti. Resta infine distinta la prospettiva europea, che prevede l’introduzione della patente B a 17 anni con accompagnatore attraverso una nuova disciplina comunitaria. Per l’applicazione delle relative disposizioni saranno necessari i passaggi normativi previsti.

Per ora, dunque, chi ha 16 anni può prepararsi attraverso le categorie A1 e B1, ma dovrà aspettare l’anno successivo per esercitarsi alla guida di un’automobile con l’autorizzazione prevista dal Codice della Strada.

Due frecce, una strada stretta: chi ha la precedenza?

Un ponte sul quale passa un’auto alla volta o una strettoia fra le case di un borgo. All’ingresso, due frecce indicano direzioni opposte e chiedono al conducente di prendere una decisione: proseguire oppure lasciare passare chi arriva di fronte. La risposta dipende dal cartello. Quello circolare, con bordo rosso, impone di dare precedenza; il quadrato blu assegna invece la priorità rispetto al traffico proveniente dalla direzione opposta. Sono i due segnali che regolano il passaggio nei sensi unici alternati.

La questione è in realtà più ampia: come comportarsi quando lo spazio disponibile impedisce a due veicoli di incrociarsi. A volte decide la segnaletica, in altri casi conta la presenza di un ostacolo mentre sulle strade di montagna entrano in gioco pendenza, piazzole e caratteristiche dei mezzi. Per orientarsi bisogna distinguere la precedenza stabilita prima della strettoia dalle manovre richieste quando due conducenti si trovano già davanti a un passaggio difficile.

Come riconoscere i due segnali con le frecce

Colore e forma permettono di identificare i cartelli anche prima di leggere con attenzione i simboli. Nel segnale circolare a fondo bianco, la freccia rossa punta verso l’alto e quella nera verso il basso. Sul quadrato a fondo blu, una freccia bianca sale e una rossa scende. L’orientamento va letto dalla posizione di chi osserva il cartello. In pratica la freccia verso l’alto corrisponde al proprio senso di marcia, quella verso il basso al traffico che arriva di fronte.

Per ricordarne il significato aiuta concentrarsi sulla freccia rivolta verso l’alto ovvero ossa quando il conducente deve cedere il passo, bianca quando gode della precedenza. Le punte dei simboli descrivono le direzioni del traffico, senza fornire indicazioni sulla salita o sulla discesa della strada.

Il cartello circolare impone di lasciare passare

L’articolo 110 del Regolamento prescrive l’impiego del segnale di dare precedenza nei sensi unici alternati all’inizio delle strettoie permanenti o temporanee nelle quali le dimensioni del passaggio, l’andamento della strada e i veicoli ammessi rendono necessario alternare i due flussi. Per chi lo incontra l’obbligo riguarda il traffico proveniente in senso inverso.

Si immagini un breve ponte interamente visibile con un’auto in avvicinamento dall’estremità opposta. Davanti al cartello circolare, il conducente deve consentire il passaggio dell’altro mezzo, fermandosi prima del restringimento quando serve. A strada libera può invece procedere con prudenza. Il segnale prescrive di dare precedenza, senza introdurre l’arresto obbligatorio in ogni situazione previsto dallo Stop. La valutazione deve avvenire prima di occupare lo spazio condiviso.

Il quadrato blu dà la precedenza

Diversa è la prescrizione del diritto di precedenza nei sensi unici alternati. Questo cartello indica che il conducente ha priorità di passaggio rispetto ai veicoli provenienti nel senso opposto di marcia. Nel tratto regolato dai due segnali chi incontra il quadrato blu può quindi attraversare per primo mentre dall’altra parte il traffico deve lasciarlo passare.

Un’auto già dentro la strettoia cambia però la situazione materiale. Entrare ugualmente, confidando nel proprio diritto, porterebbe i due veicoli a contendersi uno spazio insufficiente. Dagli obblighi generali di sicurezza discende la conseguenza di attendere che il passaggio si liberi per non trasformare un errore altrui in una collisione.

La distanza dall’imbocco può aiutare a comprendere che cosa sta succedendo, ma la precedenza assegnata dal segnale resta il riferimento quando due mezzi si avvicinano dalle estremità opposte. Accelerare per entrare qualche istante prima significa forzare una situazione che il cartello ha già regolato. Anche un conducente arrivato per primo davanti al segnale circolare deve rispettare l’obbligo di cedere il passo al traffico opposto.

Se il restringimento è già occupato, prevale nell’immediato l’esigenza di evitare il conflitto tra i veicoli. Un lampeggio o un gesto della mano possono facilitare l’intesa, senza garantire che l’altro automobilista abbia compreso o che nessun mezzo lo stia seguendo.

Il triangolo non assegna la precedenza

Prima del passaggio ristretto può comparire un segnale triangolare di pericolo con due linee che si avvicinano. Il Regolamento distingue la strettoia simmetrica, nella quale il restringimento interessa entrambi i lati, da quelle asimmetriche a destra o a sinistra. Attraverso questi simboli viene anticipata la riduzione della carreggiata così da consentire al conducente di adeguare la marcia.

I triangoli descrivono il pericolo e la conformazione del restringimento mentre i segnali con le frecce stabiliscono la priorità nei sensi unici alternati. In assenza di una diversa regolazione, l’articolo 150 del Codice della Strada disciplina il caso in cui lavori, veicoli fermi o altri ostacoli impediscano l’incrocio. Deve arrestarsi il conducente il cui senso di marcia è ostacolato e che per proseguire non può mantenersi vicino al margine destro della carreggiata.

Nel caso ad esempio di un furgone parcheggiato sul proprio lato, quando per superarlo bisogna spostarsi nello spazio utilizzato dal veicolo in arrivo, e il passaggio contemporaneo è impossibile, spetta a chi incontra l’ingombro aspettare. La regola riguarda proprio l’impossibilità di incrociarsi a causa dell’ostacolo senza attribuire una priorità generale al mezzo più veloce o più voluminoso.

In montagna passa prima chi sale

Sulle strade di montagna o comunque a forte pendenza, quando l’incrocio è difficile o impossibile il conducente che scende deve fermarsi e accostarsi quanto più possibile al margine destro oppure spostarsi su una piazzola disponibile. La regola di base favorisce quindi il veicolo che procede in salita. La presenza di uno spazio laterale può modificare il comportamento richiesto. Se chi sale dispone di una piazzola e la strada è tanto stretta da rendere altrimenti necessaria la retromarcia deve fermarsi sulla piazzola.

Quando arretrare diventa necessario nel contesto disciplinato dall’articolo 150, il Codice della Strada stabilisce una gerarchia: i complessi di veicoli hanno precedenza sugli altri mezzi; quelli con massa complessiva a pieno carico superiore a 3,5 tonnellate su quelli fino a 3,5 tonnellate; gli autobus sugli autocarri.

Fra veicoli della medesima categoria, deve arretrare quello che scende, salvo che la manovra risulti manifestamente più agevole per chi sale, soprattutto quando quest’ultimo è vicino a una piazzola. La norma tiene quindi conto anche della facilità reale della retromarcia.

Nei cantieri decidono semafori e movieri

Il senso unico alternato di un cantiere può essere gestito a vista, attraverso i due cartelli di precedenza, oppure mediante movieri o semafori. Per le strettoie prodotte da lavori, depositi o cantieri, l’articolo 42 del Regolamento prevede l’istituzione del transito alternato quando la larghezza scende sotto 5,60 metri. Questa misura riguarda l’organizzazione della circolazione nella situazione descritta dalla norma.

Nella regolazione a vista, il cartello che impone di dare precedenza viene collocato dal lato in cui il traffico incontra l’ostacolo e deve deviare. Dall’estremità opposta il diritto di precedenza favorisce il flusso meno intralciato dai lavori. Con i movieri il passaggio viene invece coordinato attraverso le apposite palette che mostrano ai due flussi le indicazioni di arresto e di via libera.

L’articolo 38 del Codice della Strada stabilisce che le prescrizioni semaforiche prevalgono sui segnali di precedenza con l’eccezione della luce gialla lampeggiante di pericolo. Sopra questa regolazione si collocano le segnalazioni degli agenti del traffico, che prevalgono in ogni caso. Un ordine di fermarsi va rispettato anche quando il cartello darebbe diritto al passaggio.

Bollo auto già scaduto: nel 2027 diventa esente o va pagato?

Se il debito relativo al mancato pagamento del bollo auto nel 2026 o in un anno precedente resta dovuto ed esigibile. Detto in altri termini, bisogna regolarizzarlo e mettere in conto le maggiorazioni per il ritardo. Dietro al dubbio c’è evidentemente un equivoco: se per una certa auto il prossimo anno arriva l’esenzione perché pagare una tassa dimenticata? La risposta passa dalla distinzione tra un obbligo già maturato e un versamento agevolato dalla nuova norma. Il riferimento al 2027 non sposta nel futuro i pagamenti scaduti, né permette di dividere un bollo annuale tra mesi da pagare e mesi da cancellare.

Fine della copertura, scadenza del pagamento e saldo tardivo

Sulle ricevute e nei promemoria, la parola scadenza indica la fine del periodo coperto dal bollo. Per il rinnovo la normativa in vigore prevede il versamento entro il mese seguente. Il termine da verificare sulla propria posizione tributaria va individuato secondo le disposizioni applicabili al veicolo e al territorio.

Per fare un esempio, se il periodo già pagato termina a novembre 2026 e il rinnovo va versato entro dicembre 2026, attendere il mese di gennaio rende tardivo il pagamento. Quando invece la copertura termina a dicembre e il termine ordinario del rinnovo cade nel 2027, entra in gioco il criterio temporale dell’agevolazione. In pratica:

  • con bollo dovuto nel 2025 rimasto insoluto, il debito non viene cancellato dalla misura per il 2027;
  • con rinnovo dovuto nel dicembre 2026 ma pagato nel gennaio 2027, il pagamento resta dovuto e il ritardo non lo rende esente;
  • con rinnovo con termine ordinario nel 2027 può rientrare nell’agevolazione se ricorrono tutti i requisiti;
  • con bollo dovuto nel 2026 che copre anche mesi del 2027 non è prevista alcuna riduzione per i mesi del nuovo anno.

Prima di considerare un pagamento arretrato bisogna capire quale data sia stata superata tra la fine della copertura precedente oppure il termine utile per il versamento così da evitare sia di omettere una tassa dovuta sia di pagare un rinnovo che potrebbe beneficiare dell’esenzione.

L’agevolazione non riguarda tutte le auto

Per le auto, il nuovo decreto sulla cancellazione del bollo individua persone fisiche soggette alla tassa su mezzi alimentati a benzina o gasolio, anche in combinazione con un’altra fonte di propulsione, con potenza non superiore a 80 kW. Il beneficio riguarda un solo veicolo assicurato. In presenza di più auto agevolabili viene scelta quella meno potente; a parità di potenza, quella con la tassa più bassa.

Alla soglia tecnica si aggiunge la verifica territoriale. Per regioni a statuto speciale e province autonome, il testo prevede accordi con ciascuna autonomia titolare del tributo.

A questo punto si immagini una vettura che soddisfi i requisiti e abbia un bollo del 2025 non versato. Se il termine di un nuovo rinnovo ricade nel 2027, quel versamento può beneficiare dell’agevolazione. L’insoluto precedente conserva invece la propria posizione. La stessa auto può quindi avere un’annualità agevolata e un arretrato da regolarizzare.

Il controllo va svolto per ciascun periodo tributario senza trattare la targa come se avesse un unico debito. Per ricostruire la posizione servono annualità, importi e quietanze corrispondenti da confrontare con l’archivio dell’ente competente.

Sul piano pratico il ragionamento resta separato. Da una parte si verifica l’accesso al beneficio per il pagamento con termine nel 2027; dall’altra si accerta l’esistenza di obblighi anteriori ancora esigibili.

Il ritardo aggiunge sanzioni e interessi

Quando il bollo viene versato oltre il termine, alla tassa originaria si aggiungono sanzioni e interessi. Per il calcolo conta anche la data in cui è stata commessa la violazione. Più esattamente per le violazioni commesse dal primo settembre 2024, la sanzione ordinaria di base per omesso versamento è stata ridotta dal 30% al 25% della tassa non versata, fermo restando il sistema delle riduzioni previsto per le diverse ipotesi. Alle violazioni precedenti si applica il regime anteriore.

Il 25% non coincide con la maggiorazione da applicare a ogni giorno di ritardo. Entrano nel conto la durata dell’inadempimento, le riduzioni previste e l’eventuale accesso al ravvedimento operoso. Per un arretrato recente il ricorso al calcolo ufficiale aggiornato evita di sommare percentuali appartenenti a regole diverse.

La regolarizzazione spontanea consente, quando ammessa, di pagare una sanzione ridotta insieme al tributo e agli interessi. Il vantaggio consiste nella minore penalità; l’importo originario del bollo conserva il proprio peso. Nei prospetti aggiornati per le violazioni soggette al nuovo regime compaiono queste principali fasce di ritardo entro un anno. In pratica:

  • se la regolarizzazione avviene entro 15 giorni, la sanzione ridotta sul tributo non versato è proporzionale ai giorni di ritardo;
  • dal sedicesimo al trentesimo giorno è pari all’1,25%;
  • dal trentunesimo al novantesimo giorno è l’1,39%;
  • dopo il novantesimo giorno ed entro un anno è il 3,13%.

Nell’ambito del ravvedimento, gli interessi maturano giorno per giorno. Se il ritardo attraversa più anni, il conteggio deve rispettare i tassi riferiti ai diversi intervalli. Per i giorni ricadenti nel 2027 va verificato il tasso vigente in quell’anno, senza presumere che resti quello del 2026. Di conseguenza u un bollo di 200 euro, pagato spontaneamente con 24 giorni di ritardo e con i requisiti per il ravvedimento, la sanzione dell’1,25% corrisponde a 2,50 euro. Agli importi vanno aggiunti gli interessi dovuti.

Ricevute e notifiche per gli arretrati più vecchi

Esclusa la cancellazione automatica nel 2027, resta da accertare se la singola somma sia dovuta ed esigibile.

Sui debiti risalenti interviene anche il tema della prescrizione, che non si risolve guardando soltanto l’anno del bollo. Per valutare una posizione concreta occorre ricostruire gli atti ricevuti e le loro date, tenuto conto della disciplina applicabile e degli eventuali eventi che incidono sui termini.

Con un avviso o una cartella cambia la verifica

Chi ha ricevuto una richiesta deve identificare il periodo contestato, confrontare le ricevute e leggere le modalità di pagamento riportate nel documento. Il semplice avviso bonario che invita a pagare non è un ostacolo al ravvedimento. Le condizioni cambiano con gli atti e le fasi del procedimento. Da qui l’esigenza di distinguere il promemoria di regolarizzazione dall’accertamento o dalla riscossione già avviata secondo le indicazioni dell’ente che ha emesso la comunicazione.

Quando il credito è affidato all’Agenzia delle entrate la mancata regolarizzazione può condurre alle procedure previste, compreso il fermo. Il preavviso concede 30 giorni per intervenire. Trascorso il termine senza pagamento, richiesta di rateizzazione o provvedimenti di sgravio o sospensione, l’agente iscrive il fermo amministrativo al Pra.